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 Care amiche e cari amici, siamo felici di presentarvi il corso di formazione "Cultura delle differenze e prevenzione della violenza". Questo progetto educativo, pensato per la formazione del personale docente delle scuole primarie e secondarie di Parma e degli educatori operanti sul territorio, è centrato in particolare sul tema del rispetto e della valorizzazione delle differenze come chiave per prevenire forme di esclusione, discriminazione, e di violenza fisica, sessuale o psicologica.

Il corso, creato dall'Associazione Centro Antiviolenza di Parma con la collaborazione di Maschile Plurale, è gratuito e si svolgerà tra ottobre e dicembre di questo anno. 

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Secondo i dati raccolti dal Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, si contano 4 femicidi e 4 tentati femicidi in regione nel 2016

Il movente è lo stesso che sta dietro a tanti casi di femicidio: lui non accettava il rifiuto di lei. Nel 2016 le donne non sono ancora libere di esprimere la loro volontà e dire dei ‘no’. La pratica di sfregiare la donna con l’acido si ripete come una dinamica ormai diffusa e ci ricorda che la violenza maschile non riguarda casi isolati ma è radicata profondamente nella nostra società.

 

 

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IMPRESCINDIBILI AZIONI STRATEGICHE E CONFRONTO CON ASSOCIAZIONI DONNE 

“Se la violenza maschile sulle donne scende, come dicono i ministri Alfano e Boschi e la presidente della Camera Laura Boldrini, saremmo le prime ad esserne liete, ma è tutto da verificare”.

Lo afferma in una nota Titti Carrano presidente dell’Associazione D.i.Re che riunisce 75 centri antiviolenza su tutto il territorio nazionale.

“In ogni caso questo risultato non è certo ottenuto grazie alla polizia e alle “misure di sicurezza” - prosegue Carrano - anzi: sette donne uccise su dieci avevano denunciato, ma è stato invano. La violenza sulle donne e sui loro figli è combattuta giorno dopo giorno da trent’anni dai centri antiviolenza che oggi chiudono o stanno per chiudere strangolati dalla mancata erogazione dei fondi di legge”.

 

 

 

 

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La rete Europea contro la violenza alle donne WAVE e le associazioni europee che ne fanno parte lanciano la campagna

"Step up!"

per i diritti delle donne che subiscono violenza e dei loro figli. 

 

In Europa una donna su tre subisce violenza fisica o sessuale mentre gli Stati assicurano un limitato, e in alcuni Stati perfino inesistente, accesso ai Centri Antiviolenza. Ad oggi solo 15 su 46 stati europei hanno istituito un numero d’emergenza o una help line e mancano oltre step up247 mila Centri Antiviolenza. La discriminazione è uno degli ostacoli più grandi per l’accesso delle donne ai Centri. Le minoranze etniche, le immigrate, le rifugiate, le donne prive di un titolo di soggiorno regolare, le donne diversamente abili, anziane e lesbiche sono le più discriminate. “Chiediamo alle autorità europee e ai governi nazionali di STEP UP! ovvero fare un passo nella giusta direzione e assicurare gli investimenti necessari a combattere e prevenire la violenza contro le donne”(Rosa Logar, WAVE President).

 

 

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Nel nostro Paese, il 70 per cento dei medici e degli infermieri sono obiettori di coscienza, ma ci sono Regioni dove l’obiezione è ancora più alta. La Calabria è al 73%, la Campania all’82%, in Puglia gli obiettori di coscienza sono l’86% del totale, in Sicilia siamo all’87,6 % e nel Lazio l’80%. In Basilicata siamo arrivati al 90 % di obiettori e in Molise al 93,3% , in quella Regione sono solo due i medici che applicano la legge 194 e praticano l’interruzione volontaria della gravidanza.
Il dato più impressionante è che, se si escludono la Valle D’Aosta che è al 13, 3 % e la Sardegna che è al 49,7%, tutte le Regioni sono sopra il 50% di obiettori. 

Praticare l‟interruzione di gravidanza è quindi diventato per le donne italiane un percorso ad ostacoli e contro il tempo, con l‟eventualità di percorrere anche 800 chilometri per trovare una struttura pubblica dove abortire. Per questo motivo l‟Italia è già stata condannata da tempo dalla Corte europea dei diritti umani per la mancata piena attuazione della legge 194 Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, una legge che nasce nel 1978 per consentire anche alle donne più indigenti di poter essere accolte in una struttura sanitaria pubblica e abortire senza correre rischi. Una legge che ha consentito una diminuzione drastica degli aborti nel suo trentennio di vita e ancora oggi tutela, pur se sempre più a fatica, migliaia di donne, per 2/3 italiane e 1/3 straniere.

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