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L'Associazione D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, raccoglie oltre 70 centri antiviolenza in Italia che aiutano le donne nel percorso di uscita alla violenza. Tra questi ci siamo anche noi. 
Da 25 anni migliaia di donne, insieme ai propri figli/e, hanno trovato "Le parole per dirlo" per conquistare la libertà. Con questo video vogliamo condividere queste parole con voi. 

Il video è stato realizzato dall'Associazione D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza, con il contributo di Conad, in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. La regia è di Pina Mandolfo e Maria Grazia Lo Cicero; l'editing è di Marta Ruggiero. 

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Comunicato stampa di D.i.Re, Rete nazionale dei Centri Antiviolenza.


L’Alienazione parentale (AP) nuova definizione della ex PAS (sindrome di alienazione parentale) è uno strumento di pura invenzione di chi vuole paralizzare le scelte di vita delle donne che desiderano separarsi da un uomo violento.
Spiace quindi vedere che da due giorni sui canali privati nazionali va in onda uno spot che chiede di donare con un sms due euro per combattere la Pas o AP, questa sindrome falsa, inesistente, e immancabilmente utilizzata per criminalizzare le madri e difendere padri abusanti o mariti violenti, a dispetto della salute e della sicurezza dei bambini che hanno visto il padre maltrattare la madre.

Lo spot di cui parliamo è firmato da Doppia Difesa, associazione fondata dall’avvocata Giulia Bongiorno (che sta portando avanti una proposta di legge) e dalla showgirl Michelle Hunziker e che fin dai suoi albori ha dichiarato di voler lottare contro la violenza esercitata dagli uomini nei confronti delle donne. Doppia difesa avrà assistito donne che vogliono separarsi dal violento e non riescono a tenerlo lontano dalla loro vita perché ci sono i figli? 

Noi abbiamo esperienza di questo grazie alle migliaia di donne assistite in percorsi di separazione e i cui compagni, padri dei figli avuti in comune, non accettano la scelta della donna di allontanarsi da un uomo violento, controllante e limitante la loro libertà. E’ proprio in questo momento che viene messo in atto il ricatto sui figli, l’utilizzo strumentale dei bambini per continuare a dare disturbo alla madre, per controllarla e renderle la vita ancora un volta più penosa, colpendola negli affetti profondi, così cercando di ottenere da lei la sottomissione su aspetti personali ed economici della nuova organizzazione di vita da separata.

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È partita la campagna di sensibilizzazione e informazione contro la violenza maschile sulle donne di Eau Thermale di Avène in collaborazione con D.i.Re. La campagna proseguirà fino al 25 novembre 2016, giornata internazionale dell’Onu contro la violenza alle donne.

Il progetto è articolato in tre momenti:

A partire dal 14 ottobre tutte le persone sensibili e coinvolte in questa battaglia sono chiamate a condividere sui social network e in particolare su Instagram un contributo fotografico che non mostri immagini di violenza ma di amore, rispetto fra uomo e donna e condivisione.

Dal 20 novembre gli scatti raccolti durante questo mese di mobilitazione saranno esposti a Roma in una mostra dedicata.

Il 25 novembre Avène inviterà tutti a contribuire alla mobilitazione mondiale attraverso Twitter, twittando un pensiero o una riflessione e contrassegnandolo con l’hastag #ConLeDonneXLeDonne. Saranno coinvolte in questo percorso di consapevolezza un gran numero di farmacie sparse su tutto il territorio nazionale, sarà distribuito
materiale divulgativo e informativo sull’ampiezza e la gravità della violenza maschile contro le donne e sui centri Antiviolenza dove le donne possono rivolgersi nel rispetto dell’anonimato e della loro volontà.

Titti Carrano, Presidente di D.i.Re, è intervenuta per sottolineare quanto sia importante che le aziende e le imprese private affianchino la Rete dei Centri Antiviolenza nell’azione di contrasto a un fenomeno strutturale che riguarda gran parte delle donne italiane:
“I Centri Antiviolenza sono luoghi di libertà, dove le donne che subiscono violenza trovano ascolto, accoglienza e dove possono cominciare un progetto di vita libero e autonomo – ha detto Titti Carrano – Purtroppo i finanziamenti pubblici sono scarsi, incerti e intermittenti. Per questo è molto importante che le aziende private e le imprese più sensibili ci affianchino in questa battaglia.
Attraverso l’azione di Avène avremo occasione di entrare in contatto con un gran numero di donne che entrano in farmacia, dare loro informazioni e far conoscere i centri antiviolenza”.

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Questa è la storia di Ishrak, ma potrebbe essere la storia di Maria, Svetlana, Ioana o Nancy. Nomi che richiamano sapori e colori diversi e che sono accomunati da una sola cosa: essere nomi di donna.
Ishrak Amine aveva 21 anni e il 4 ottobre scorso è stata uccisa a Mesola da suo padre, Mohammed Amine, che poi si è tolto la vita. Una sequenza che i media etichettano come omicidio-suicidio ma che è una riconoscibile dinamica del femicidio. Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna ricorda che nel 2015 sono già quattro le donne a essere state uccise dalla violenza maschile in Emilia-Romagna. Padri, partner o ex partner che uccidono le donne e che poi si suicidano. Tutti hanno in comune prima di tutto una cosa: l’essere uomini.
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La sentenza di appello che ha assolto gli stupratori di una giovane donna che ha subito una grave violenza alla Fortezza Da Basso di Firenze, rappresenta un deterrente per le donne che vogliono denunciare violenze subite.  

Mentre i sei imputati dello stupro sono stati assolti, la donna è stata invece “moralmente condannata” per le sue scelte di vita, ritenute troppo libere. Secondo la sentenza la sua denuncia è stata solo il frutto di un pentimento, di un ripensamento per ciò che aveva volontariamente fatto. Secondo la Corte ciò che è avvenuto alla Fortezza è stato semplicemente  sesso di gruppo in stato di ebbrezza. Non viene considerata nemmeno la minorata capacità, come recita la sentenza: “… insomma nessuna condizione di menomazione poteva individuarsi rispetto agli autori del fatto, tutti certamente alticci ed euforici come lei, in quanto compagni di bevuta e di balli allusivi”. Questa sentenza offende l’intelligenza degli uomini e delle donne del nostro paese e  ribadisce una arretratezza culturale basata su stereotipi sessisti che sembrano sopravvivere a leggi e convenzioni di cui l’Italia va fiera a parole, ma che poi nei fatti restano astratti principi. Per essere considerate vittime di un reato di violenza ancora oggi le donne devono corrispondere a un modello tradizionale, fuori dal quale la loro credibilità viene offensivamente messa in discussione. Le donne, nei tribunali vengono spesso rivittimizzate con lunghi e umilianti interrogatori che aggiungono dolore al dolore.  

Siamo tutte indignate dalla legittimazione e collusione che ancora oggi continuano ad essere presenti nei confronti della violenza contro le donne.


ARTEMISIA, Centro Donne Contro la Violenza Catia Franci, Firenze

D.i.Re Coordinamento Nazionale dei Centri Antiviolenza