9 Luglio 2020                                                                      

D.i.Re Donne in rete contro la violenza

 

È stato presentato il 9 luglio a Roma il Position Paper Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino, redatto da un ampio gruppo di donne femministe attive su diversi temi – rappresentanti di associazioni e organizzazioni femministe e femminili, di organizzazioni della società civile e di ONG, oltre a singole esperte – coordinato da D.i.Re Donne in rete contro la violenza.

Mosse dall’urgenza di reagire “a una marginalizzazione delle donne diventata ormai insostenibile, dopo che nei primi 6 mesi di quest’anno le donne hanno retto praticamente questo paese”, come ha sottolineato in apertura Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, le 68 esperte hanno organizzato le proposte seguendo le 7 aree critiche identificate dalle Nazioni Unite per rilanciare la visione e i progressi generati dalla Dichiarazione e Piattaforma d’azione di Pechino, adottate all’unanimità da tutti i governi del mondo:

  1. Sviluppo inclusivo, crescita condivisa e lavoro dignitoso
  2. Povertà, protezione sociale e servizi sociali
  3. Violenza maschile contro le donne
  4. Partecipazione, accountabilitye istituzioni gender-responsive
  5. Società pacifiche e inclusive
  6. Protezione, conservazione e rigenerazione dell’ambiente
  7. Istituzioni e meccanismi per l’uguaglianza di genere

“Venticinque anni fa, in occasione della IV Conferenza mondiale sulle donne di Pechino, è stata lanciata al mondo la promessa di uguaglianza con una chiara indicazione di quali fossero i diritti delle donne da realizzare”, ha proseguito Veltri. “Oggi con il Position Paper vogliamo ribadire con totale chiarezza e autorevolezza che senza le donne il sistema fallisce”.

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“Prima della pandemia il mondo era diventato molto più ricco, ma molto più iniquo di quanto non lo fosse stato dalla Seconda Guerra mondiale in poi”, ha ricordato Daniela Colombo, economista dello sviluppo, di Effe Rivista femminista, introducendo il contesto in cui è nato il Position Paper. “In una ventina di anni una ricchezza enorme si è concentrata nella mani di pochissimi soggetti, e in una cornice di iper-liberismo sfrenato sono mutate le relazioni di potere negli Stati e tra gli Stati con un effetto particolarmente negativo sul godimento dei diritti umani e sull’ambiente”.

Per Claudia Pividori, esperta di diritti umani del Centro veneto progetti donna, che insieme a Elena Biaggioni, referente del Gruppo avvocate di D.i.Re, Marcella Pirrone, avvocata di D.i.Re e presidente di WAVE – Women Against Violence Europe, e Alice Degl’Innocenti, vice presidente di Vivere Donna di Carpi, ha curato la redazione del Position Paper “queste 7 aree devono diventare il fulcro di una nuova agenda politica. Le misure devono essere in grado di incidere sulla struttura socio-culturale patriarcale, mettendo in discussione le norme sociali e gli assetti economici e sociali che rendono le donne invisibili e negano il loro valore”.

Tra queste misure, Giovanna Badalassi, economista di Ladynomics, ha rilanciato “il bilancio di genere, uno strumento fondamentale in questo momento in cui l’italia dovrà decidere come investire 300 miliardi di aiuti dall’Europa, una occasione che non può essere mancata dopo 20 anni di sperimentazioni a livello di amministrazioni pubbliche, imprese e università”.

Tema “caldo” del momento, dopo mesi di smart working e lavoro di cura non pagato delle donne che ha consentito la gestione di 3 mesi di lockdown, è l’occupazione femminile, “che si realizza se si interviene su una molteplicità di livelli che solo se combinati possono avere un impatto significativo”, ha spiegato Stefania Pizzonia, presidente di LeNove, “a cominciare da un sistema territoriale di servizi per la cura dell’infanzia e delle altre persone dipendenti”.

Il problema principale restano però “gli stereotipi sessisti che continuano a essere l’ostacolo principale alla valorizzazione delle competenze delle donneche nella realtà sono attive in tutti i campi con risultati di eccellenza”, ha ribadito Pizzonia. “L’investimento sulle donne potrebbe – secondo alcune stime dello stesso Ministero del lavoro – generare un incremento di 1 o 1,5 punti percentuali del PIL”.

“Il de-finanziamento dei sistemi sanitari, che ha creato forti disparità nell’accesso alla salute a livello territoriale, combinato con il feroce attacco portato avanti da movimenti conservatori fondamentalisti alla libertà femminile sta avendo un impatto drammatico sui diritti riproduttivi delle donne”, ha spiegato Stefania Graziani, sociologa di SNOQ-Torino. “Linee guida e formazione sulla medicina genere-specifica, concorsi riservati a medici non obiettori, contraccezione universalmente gratuita, prevenzione ed educazione alla salute sessuale e riproduttiva nelle scuole, un sistema informativo pubblico su contraccezione e IVG”, sono tra le proposte concrete elencate da Graziani per superare “una negazione sempre più grave dell’autodeterminazione delle donne in relazione al loro corpo”.

Stereotipi e sessismo “sono la radice culturale della violenza maschile contro le donne”, ha sottolineato Oria Gargano, presidente di BeFree, ricordando che “occorre rivedere con urgenza i criteri con cui sono accreditati i centri antiviolenza, per non negare la loro risorsa fondamentale, ovvero la relazione tra donne che nutre i percorsi di fuoriuscita dalla violenza, trasformandoli in servizi assistenziali e non spazi di empowerment”.  La PAS “deve uscire definitivamente dai tribunali”, ha aggiunto Gargano, “investendo nella formazione adeguata di tutti gli operatori del sistema giudiziario”.

Per Maria Grazia Giammarinaro, giudice dell’associazione GIUdIT e Rappresentante speciale delle Nazioni per la tratta degli esseri umani, “di fronte alla tratta, che vede coinvolte migliaia di donne sul territorio italiano, occorre riconoscere competenze e capacità delle tante donne che sono invece agenti di empowerment. Lo Stato italiano, che si era dotato di una delle legislazioni più avanzate ed efficaci in materia, deve tornare ad applicarla senza condizionamenti, ovvero senza barattare il supporto sociale alla denuncia dei trafficanti, cosa che non tutte le donne sono in grado di fare”.

“La prospettiva dell’intersezionalità deve essere considerata in tutte le questioni affrontate dal Position Paper”, ha ribadito l’antropologa Marina Della Rocca, “per cogliere le forme di violenza agite sul piano istituzionale che sono esacerbate da forme di discriminazione e di stereotipi che colpiscono tutte le donne, ma in particolare coloro che sono in percorso migratorio”. Per questo il Position Paper chiede “di rendere effettivo l’accesso al permesso di soggiorno ex art. 18bis nei casi di violenza domestica senza condizionarlo alla denuncia del maltrattante, e di sviluppare un sistema di accoglienza che consenta l’identificazione precoce delle vulnerabilità per facilitare l’accesso alle misure di protezione, compreso lo status di rifugiata”.

“La rappresentazione delle donne non può continuare a tradire la realtà della loro vita, giustificare la violenza maschile, minimizzare hate speech e body shaming”, ha affermato Mimma Caligaris, giornalista sportiva presidente della Commissione pari opportunità della Federazione nazionale della stampa e vice-segrataria dell’Unione della stampa sportiva italiana. “Pretendiamo un’applicazione rigorosa della Carta di Venezia, un Osservatorio sui media, e la formazione capillare non solo di chi lavora nei media ma in tutte le amministrazioni pubbliche, affinché finalmente diventi prassi l’adozione di un linguaggio di genere. Avvocata, medica, sindaca sono parole italiane”.

“Con il lockdown la natura è rinata, confermando il drammatico impatto dell’attività umana sul cambiamento climatico e sugli ecosistemi naturali”, ha fatto notare Laura Cima, ex parlamentare, ecofemminista e fondatrice di IF Iniziativa Femminista. “La parola chiave per cambiare questo trend è cura, partendo dall’esperienza delle donne che sono già ampiamente attive nei settori più innovativi ed ecostenibili dell’agro-alimentare, per un cambiamento di approccio non più rinviabile”.

Elena Biaggioni, avvocata penalista del Coordinamento donne di Trento e referente del Gruppo avvocate di D.i.Re, che ha coordinato la conferenza stampa, ha concluso invitando “a fare del Position Paper uno strumento di lavoro capace di unire, creare alleanze, sviluppare azioni concrete di dialogo con le istituzioni, come le organizzazioni delle donne e della società civile hanno dimostrato di saper fare. Perché la discriminazione è un doppio danno, per le donne e per la società”.

Al Position Paper “Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino” hanno contribuito esperte di numerose organizzazioni aderenti alla rete D.i.Re e di Action Aid, AIDOS, Amnesty International, Be-Free, CGIL, COSPE, Differenza Donna, Donne in Quota, Donne in nero, DonnexDiritti Onlus, Escapes, LEDHA FISH e FISH, CPO FNSI, USSI, Forum Associazione Donne Giuriste, GIUdIT, GiULia, IF, Ladynomics, LeNove, Associazione Orlando, Coop. Soc. PARSEC, SCoSSE, CPO Ordine dei medici, Associazione italiana donne medico, SNOQ Torino, USIGRai, Università di Padova e progetto AGEMI, Università di Modena e Reggio Emilia, Università di Bologna e progetto Alice, Rete italiana contraccezione e aborto Pro Choice, oltre ad alcune esperte indipendenti.

Al Position Paper hanno già aderito AMICA – Associazione medici italiani contraccezione e aborto, ANDE – Associazione nazionale donne elettrici, AOI – Associazione delle ONG italiane – Cooperazione e solidarietà internazionale, ARCI Nazionale, Aspettare stanca, Casa internazionale delle donne – Roma, Centro di documentazione e informazione sulla salute di genere – Brescia,  Centro Universitario di Studi sulla Medicina di Genere – Università di Ferrara GMC-UNIFE,  Centro di Women’s Studies “Milly Villa” dell’Università della Calabria, GenPol – Gender & Policy Insights – Cambridge (UK) e Napoli, Network Italiano Salute Globale, Noi Rete Donne, Pane & papaveri, Prima gli esseri umani, Step Up! Campaign – WAVE, Telefono Rosa Piemonte – Torino, Terni Donne – Casa delle donne di Terni, UIL – Coordinamento pari opportunità, WAVE – Women Against Violence Europe.

 

Scarica il testo del Position Paper “Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino”

Scarica la sintesi proposte

Guarda la registrazione integrale della conferenza stampa

 

    I FEMICIDI NON SONO TRAGEDIE ISOLATE                            

Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna sull’ultimo caso di femicidio nel Parmense

Anastasia Rossi, 35 anni, è stata uccisa a Borgotaro, in provincia di Parma, dal marito, Franco Dellapina, 39 anni. Dopo aver ucciso la moglie, l’uomo si è tolto la vita. Un altro femicidio in Emilia Romagna, raccontato dai giornali con le solite espressioni di rito: “una tragedia familiare”, “una lite finita male”, “una tragedia inaspettata”.

Il sapere raccolto e diffuso dalle donne in anni di studio del fenomeno della violenza di genere all’interno dei centri antiviolenza, di raccolta dei dati e di lavoro di accoglienza ci dicono che nessun femicidio è una tragedia inattesa. Il dato costante in Italia e in Emilia Romagna è la violenza sistemica che colpisce le donne.

Parlare di una “doppia tragedia” significa disconoscere il diritto a decidere sulla propria vita della donna. In questa ennesima storia di violenza, Franco Dellapina ha deciso per la propria vita e per quella di Anastasia Rossi, a cui non è stata lasciata alcuna scelta. Questa dinamica, caratteristica dei femicidi e della violenza sulle donne, è il prodotto di una cultura discriminante, che definisce le donne in funzione dei desideri e delle emozioni degli uomini.

Se si osservano in un'ottica di genere, la cultura e la società italiana risultano intrise di stereotipi, che alimentano questa violenza riproducendo l’immagine delle donne come oggetti a disposizione dello sguardo e del piacere maschile. Ancora oggi, in Italia, le relazioni possessive vengono romanticizzate, e troppo spesso si parla di “raptus emotivo” o di “liti finite male”.

 

Per questo salutiamo con sollievo la decisione della Corte di assise di appello di Bologna nel nuovo processo di secondo grado sul femicidio di Olga Matei. Una sentenza che disconosce le attenuanti generiche per “soverchiante tempesta emotiva” che appena due anni fa avevano portano a una riduzione della pena da 30 a 16 anni per l’assassino di Olga Matei.

La violenza sulla donne è sistemica, ed è lo specchio della grave asimmetria che ancora oggi regola il rapporto tra i generi. Per questo è fondamentale che si parli di violenza sulle donne in questi termini, abbandonando la narrazione di ogni violenza come un caso isolato o una “tragedia inaspettata”. Solo così sarà possibile produrre il cambiamento culturale e sociale necessario a superare la violenza di genere.

Il lavoro da fare nel nostro Paese è tanto; per questo è necessario che la violenza sulle donne diventi una priorità anche a livello politico, e che il dialogo tra istituzioni e centri antiviolenza sia continuo e proficuo.


 

18/07/2020

 


 

I FEMICIDI NON SONO TRAGEDIE ISOLATE

Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna sull’ultimo caso di femicidio nel Parmense

Anastasia Rossi, 35 anni, è stata uccisa a Borgotaro, in provincia di Parma, dal marito, Franco Dellapina, 39 anni. Dopo aver ucciso la moglie, l’uomo si è tolto la vita. Un altro femicidio in Emilia Romagna, raccontato dai giornali con le solite espressioni di rito: “una tragedia familiare”, “una lite finita male”, “una tragedia inaspettata”.

Il sapere raccolto e diffuso dalle donne in anni di studio del fenomeno della violenza di genere all’interno dei centri antiviolenza, di raccolta dei dati e di lavoro di accoglienza ci dicono che nessun femicidio è una tragedia inattesa. Il dato costante in Italia e in Emilia Romagna è la violenza sistemica che colpisce le donne.

Parlare di una “doppia tragedia” significa disconoscere il diritto a decidere sulla propria vita della donna. In questa ennesima storia di violenza, Franco Dellapina ha deciso per la propria vita e per quella di Anastasia Rossi, a cui non è stata lasciata alcuna scelta. Questa dinamica, caratteristica dei femicidi e della violenza sulle donne, è il prodotto di una cultura discriminante, che definisce le donne in funzione dei desideri e delle emozioni degli uomini.

Se si osservano in un'ottica di genere, la cultura e la società italiana risultano intrise di stereotipi, che alimentano questa violenza riproducendo l’immagine delle donne come oggetti a disposizione dello sguardo e del piacere maschile. Ancora oggi, in Italia, le relazioni possessive vengono romanticizzate, e troppo spesso si parla di “raptus emotivo” o di “liti finite male”.

 

Per questo salutiamo con sollievo la decisione della Corte di assise di appello di Bologna nel nuovo processo di secondo grado sul femicidio di Olga Matei. Una sentenza che disconosce le attenuanti generiche per “soverchiante tempesta emotiva” che appena due anni fa avevano portano a una riduzione della pena da 30 a 16 anni per l’assassino di Olga Matei.

La violenza sulla donne è sistemica, ed è lo specchio della grave asimmetria che ancora oggi regola il rapporto tra i generi. Per questo è fondamentale che si parli di violenza sulle donne in questi termini, abbandonando la narrazione di ogni violenza come un caso isolato o una “tragedia inaspettata”. Solo così sarà possibile produrre il cambiamento culturale e sociale necessario a superare la violenza di genere.

Il lavoro da fare nel nostro Paese è tanto; per questo è necessario che la violenza sulle donne diventi una priorità anche a livello politico, e che il dialogo tra istituzioni e centri antiviolenza sia continuo e proficuo.

VIOLENZA DOMESTICA AI TEMPI DEL COVID-19

Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna riporta le preoccupazioni per le donne che subiscono violenza ai tempi dell’emergenza sanitaria

 

Se sottostare alle limitazioni imposte per prevenire la diffusione del Covid-19 è difficoltoso per tutti, lo è ancora di più per le donne che subiscono o hanno subito violenza. Durante questa reclusione forzata le donne sono esposte a un maggior controllo da parte dell’autore di maltrattamenti, innalzando il rischio per la loro incolumità. La chiusura delle scuole e dei centri diurni per anziani e persone non autosufficienti, da una parte aumenta il carico di lavoro di cura, e dall’altra rende maggiormente problematico l’allontanamento. 

I centri del Coordinamento vogliono far sapere a tutte le donne che possono uscire di casa per chiedere aiuto per motivi di violenza, portando con sé un'autocertificazione che compileranno solo nel momento dei controlli, dato che - anche nelle parole della ministra Elena Bonetti (https://www.repubblica.it/cronaca/2020/03/21/news/elena_bonetti_se_subite_violenza_chiedete_aiuto_andate_al_centro_antiviolenza_e_nessuno_vi_multera_-251867069/), si tratta di una situazione di necessità. Auspicano pertanto la massima attenzione e collaborazione da parte delle Forze dell’ordine preposte ai controlli in questi giorni perché facilitino le donne costrette ad allontanarsi da casa per mortivi legati a violenza nelle relazioni di intimità. 

"I centri antiviolenza ci sono e continuano a funzionare regolarmente, accogliendo e ospitando le donne, anche in emergenza, pur nel rispetto di tutte le norme igienico-sanitarie. Anche se stiamo registrando un drastico calo delle nuove richieste di aiuto, proseguono i colloqui con le donne già in percorso e con le ospiti nelle case rifugio, come pure tutti i contatti con la rete di supporto (servizi sociali, FFOO, Pronto soccorso, avvocate, ecc.) gestiti con nuove modalità dettate dalle misure di sicurezza, che prediligono il colloquio telefonico o la videochiamata, riservando i colloqui di persona alle sole emergenze” -  dice Angela Romanin, presidente del Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna.

Grazie all’interlocuzione con la Regione Emilia-Romagna, i centri stanno affrontando il problema dei nuovi ingressi nelle Case rifugio che devono essere fatti tutelando già le donne e i bambini ospiti dal rischio di contagio.  “La Regione e le Prefetture - continua Angela Romanin - su sollecitazione della Ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, ci hanno contattato con l’obiettivo di  individuare strutture che consentano di ospitare altre donne, garantendo il distanziamento tra le ospiti, oppure l'isolamento volontario prima dell’ingresso nelle case rifugio. Ora più che mai è necessario il contributo delle istituzioni”. 

Un'altra difficoltà importante per le donne è portare avanti il percorso di riconquista dell’autonomia. La sospensione delle udienze o dei tirocini lavorativi blocca le donne in un limbo difficile da sostenere. La separazione non va avanti, il lavoro non c'è. Per fortuna, le urgenze nei tribunali sono garantite, le udienze per gli ordini di protezione continuano regolarmente per dare alle donne quella necessaria protezione dai partner violenti attraverso un allontanamento o un divieto di avvicinamento dalla casa. "Gli strumenti urgenti attualmente disponibili per la tutela delle donne vittime di violenza, e quindi allontanamenti civili e misure cautelari penali, rientrano tutti tra le procedure urgenti e indifferibili che possono/debbono essere attivate anche in questo momento di stretta sull’attività dei Tribunali tutti. Per tali procedure i termini non sono sospesi e le udienze si possono tenere. L'allontanare prioritariamente il violento lasciando la donna e i figli a casa dovrebbe essere la soluzione principale sempre, non solo in tempi di virus", dicono le avvocate della rete nazionale Dire - Donne in rete contro la violenza. E oggi come ieri, Coronavirus o no, il problema rimane comunque la capacità di leggere e riconoscere la violenza", ed è proprio su questo che il Coordinamento chiede a tutte le istituzioni e alle/ai cittadine/i di non distogliere lo sguardo.

 

Altre info

http://www.centriantiviolenzaer.it

D.i.Re Donne in Rete contro la violenza

Numero antiviolenza 1522 gratuito https://www.1522.eu/

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